Filippo di Opunte, discepolo diretto di Platone, fu, con ogni probabilità , lâautore dellâEpinomide, uno scritto ritenuto platonico per moltissimo tempo.
La questione della paternità del dialogo è, tuttavia, ad oggi molto dibattuta. Lâunica notizia certa è che Filippo si occupò di pubblicarlo, insieme alle Leggi, dopo la morte del maestro, poiché, secondo la testimonianza di Cicerone, Platone morì scrivendo e non ebbe il tempo di rivedere e pubblicare le sue ultime opere. Non si può però stabilire con certezza se egli si sia limitato a pubblicare postuma lâopera del maestro così come egli lâaveva concepita, se lâabbia trascritta, se vi abbia posto mano modificandola, se lâabbia elaborata per intero e aggiunta come appendice alle Leggi, o addirittura se abbia redatto sia le Leggi che lâEpinomide e le abbia pubblicate con il nome di Platone. Sulla base delle dimostrazioni critiche sviluppate da Leonardo Tarán e Francesco Aronadio, che saranno esposte di seguito, sembra più che plausibile sostenere che lâEpinomide appartenga a Filippo di Opunte, anche perché, nei luoghi in cui lâautore dellâopera espone la sua demonologia, cristallizza la forza del linguaggio mitico adottato da Platone e semplifica le diverse e talvolta contrastanti affermazioni sul demonico del filosofo, inserendole in una dottrina schematizzata, nella quale trova posto anche la teoria dei cinque elementi â fuoco, etere, aria, acqua e terra.
Come si è detto, per lungo tempo, nellâantichità , lâEpinomide fu ritenuto indubbiamente platonico. Nel libro III delle Vite dei filosofi Diogene Laerzio offre, insieme alla classificazione dei dialoghi platonici, anche quella di Aristofane di Bisanzio e quella di Trasillo.
Per Aristofane di Bisanzio, lâEpinomide appartiene alla terza trilogia, accanto alle Leggi e al Minosse (Diog. Laert., III 62). Trasillo, invece, riorganizza il corpus platonicum secondo uno schema in tetralogie, sostenendo che Platone stesso avesse strutturato i suoi dialoghi secondo questo modello, ispirandosi alla suddivisione delle opere tragiche in gruppi di quattro. Allâinterno di questa classificazione, lâEpinomide sarebbe da ricondurre alla nona tetralogia, sempre insieme alle Leggi e al Minosse (Diog. Laert., III 60â61). Questa testimonianza è particolarmente interessante perché, oltre a fornire la collocazione del dialogo, ne indica i sottotitoli, i quali designano lâoggetto del dialogo (ÏκοÏÏÏ) e il carattere o lâorientamento filosofico generale del testo.
Che questâopera, nellâantichità , fosse ritenuta autentica, quasi senza eccezioni, è confermato anche dallâassenza del suo titolo nella lista dei dialoghi spuri attribuiti a Platone, riportata da Diogene Laerzio nel terzo libro delle Vite (III 62). Lo stesso Diogene, nella sua classificazione delle opere platoniche, include lâEpinomide tra i dialoghi politici, accanto alla Repubblica, alle Leggi, al Minosse e allâAtlantico.
Ciononostante, in un altro luogo, egli mette in discussione la paternità platonica di questo dialogo. Secondo la sua testimonianza, infatti, «alcuni affermano che Filippo di Opunte trascrisse le Leggi di Platone, che si trovavano su tavolette di cera, e dicono che anche lâEpinomide sarebbe opera sua» (á¼Î½Î¹Î¿Î¯ Ïε ÏαÏὶν á½ Ïι ΦίλιÏÏÎ¿Ï á½ á½ÏοÏνÏÎ¹Î¿Ï ÏÎ¿á½ºÏ ÎÏÎ¼Î¿Ï Ï Î±á½Ïοῦ μεÏÎγÏαÏεν á½Î½ÏÎ±Ï á¼Î½ κηÏá¿· ÏοÏÏÎ¿Ï Î´á½² καὶ á¼Ïινομίδα ÏαÏὶν εἶναι: III, 37). I sostenitori dellâautenticità di questo dialogo si appellano alle espressioni á¼Î½Î¹Î¿Î¯ ÏαÏὶν e ÏαÏὶν εἶναι («alcuni dicono») per sottolineare la formula indefinita con la quale Diogene sembra ammettere di non comunicare notizie di prima mano, ma di averle apprese da altri. à però importante osservare che espressioni come á¼Î½Î¹Î¿Î¯ ÏαÏιν, ÏαÏὶν εἶναι, oppure εἶναι λÎγεÏαι ricorrono frequentemente nella letteratura greca, anche in contesti in cui non sâintende mettere in discussione la veridicità dellâaffermazione. Non è dunque scontato che Diogene volesse in questo passo esprimere scetticismo rispetto alla notizia riportata.
Più problematica appare, piuttosto, lâinterpretazione del verbo μεÏαγÏάÏÏ riferito alle Leggi. Il termine può infatti assumere significati diversi, che vanno da «trascrivere» o «ricopiare» a «modificare», «correggere» e persino «falsificare» un testo. In questa sede si è preferito adottare il significato neutro di «trascrivere», secondo lâinterpretazione proposta da Marcello Gigante; tuttavia, non si possono escludere a priori le altre accezioni, che aprirebbero scenari più complessi sullâintervento di Filippo nella redazione finale delle Leggi e dellâEpinomide.
Unâulteriore testimonianza antica a favore dellâinautenticità dellâEpinomide è offerta da Proclo. Nei capitoli 25â26 dei Prolegomena in Platonis Philosophiam â manuale introduttivo di autore anonimo, attribuito tradizionalmente a Olimpiodoro di Alessandria e databile alla metà del VI secolo d.C. â sono riportati due argomenti con cui Proclo metteva in dubbio lâattribuzione platonica del dialogo:
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Sarebbe poco verosimile che Platone, prima ancora di aver ultimato la revisione delle Leggi, si fosse dedicato alla stesura dellâEpinomide, presentata come loro appendice.
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Un passo dellâEpinomide contraddice apertamente una dottrina esposta nel Timeo a proposito del moto dei pianeti: mentre in questâultimo, Platone afferma che i pianeti si muovono da destra verso sinistra (Tim., 36c5â8), nellâEpinomide si sostiene che il movimento avviene in direzione opposta, da sinistra verso destra (Epin., 987b5â6).
Il primo argomento appare debole, sia dal punto di vista metodologico sia da quello logico. Non esistono infatti motivi sufficientemente fondati per escludere a priori che un autore possa lavorare contemporaneamente a più opere o iniziare la stesura di un nuovo scritto prima di aver completato la revisione di uno precedente. Un simile presupposto implicherebbe lâapplicazione arbitraria di un modello lavorativo soggettivo a una personalità come quella di Platone, della cui metodologia compositiva sappiamo in realtà molto poco.
Il secondo argomento sembra più solido, ma anchâesso può essere confutato senza troppe difficoltà . à davvero certo che nel Timeo i pianeti si muovano da destra verso sinistra e che nellâEpinomide si affermi il contrario? Come osservato da diversi interpreti, il punto di osservazione da cui si stabilisce la direzione del moto è determinante per comprendere lâaffermazione. Fraccaroli ha notato che nel Timeo le direzioni âdestraâ e âsinistraâ vanno riferite non a un osservatore esterno, ma al cosmo stesso, secondo una logica interna al sistema. Taylor ha suggerito che, essendo Timeo un pitagorico, il linguaggio utilizzato debba essere interpretato secondo la simbologia pitagorica, in cui il moto da oriente a occidente procede a destra. Boeckh, infine, ha proposto una lettura secondo cui i due moti descritti nel Timeo â quello del âMedesimoâ e quello dellââAltroâ â seguirebbero percorsi ciclici: il primo procederebbe da sinistra, girando fino a tornare a sinistra, il secondo da destra a destra, in una rotazione che rende la distinzione direzionale meno netta di quanto sembri a una lettura superficiale.
Per quanto le obiezioni di Proclo possano essere considerate fragili, e la testimonianza di Diogene Laerzio sembri oscillare tra conferma e dubbio, esistono numerosi altri indizi che inducono a ritenere che lâautore dellâEpinomide non sia Platone, bensì il suo discepolo Filippo di Opunte.
Tale attribuzione non si fonda semplicemente su differenze stilistiche e lessicali â argomento ingenuo se isolato, data la varietà interna del corpus platonicum â né può basarsi esclusivamente sulle fonti antiche.
Nonostante ciò, sono molti gli studiosi che hanno tentato di dimostrare lâautenticità dellâopera basandosi sul confronto linguistico dellâEpinomide e altri dialoghi della vecchiaia di Platone. Tra essi sono da annoverare Raeder, Des Places e Harward, il quale, attraverso tabelle comparative tra le clausole ritmiche dellâEpinomide e quelle delle Leggi, ha attestato diversi paralleli linguistici e stilistici, arrivando alla conclusione che devono essere stati il frutto della penna dello stesso autore, Platone. Anche il fatto che la lingua dellâEpinomide sia più inaridita e stanca rispetto a quella degli altri dialoghi della vecchiaia, per Harward è una dimostrazione della sua autenticità , poiché a suo avviso un altro filosofo, anche un suo fidato seguace ed esperto conoscitore del suo pensiero e delle sue opere, non avrebbe potuto riprodurre, in maniera così efficace, uno stile tanto insolito e complesso, che per di più sembrava peggiorare. Ciò malgrado, comâè stato dimostrato, il confronto linguistico tra lâEpinomide e un determinato dialogo platonico non è un argomento sufficiente per dimostrare lâautenticità dellâopera, in quanto nemmeno le Leggi sono riconosciute unanimemente come autenticamente platoniche.
I numerosi paralleli linguistici riscontrabili tra lâEpinomide e i dialoghi dellâultimo Platone, più che dimostrare lâautenticità dellâopera, fanno pensare a «uno scritto di scuola»; inoltre, le riprese di alcuni topoi platonici e la vicinanza stilistica allâultimo Platone, talvolta esagerata, possono essere spie della mano di un pedissequo discepolo del filosofo, piuttosto che dellâultimo gradino dello sviluppo linguistico e stilistico dello stesso Platone. Si potrebbe così inserire lâEpinomide tra quegli scritti inautentici del corpus platonicum che sono etichettati come âpseudepigrafi preterintenzionaliâ, ovvero quelle opere composte non tanto con lâintento di «imitare il modello del maestro (e, men che mai, di produrre un falso), quanto piuttosto di proseguire, con contributi anche innovativi, unâimpresa filosofica che traeva la sua identità precisamente dal suo svolgersi allâinterno di quella istituzione, e non da una nozione di autorialità che è decisamente più recente».
I motivi principali che sembrano indicare che lâautore dellâEpinomide non sia Platone sono da ricercare non tanto nella forma dellâopera, quanto piuttosto nei suoi contenuti. Sebbene questo tipo di approccio â fondato sullâanalisi tematica e filosofica â sia in genere considerato poco oggettivo per stabilire lâautenticità o lâinautenticità di uno scritto, nel caso dellâEpinomide esso rappresenta lâunica via percorribile per affrontare con una certa fondatezza la questione della sua paternità . Ast osserva che al conoscitore del âveroâ Platone basta uno sguardo per riconoscere, dietro lâautore dellâEpinomide, qualcuno che si limita a indossare la maschera del filosofo. In maniera analoga, Sallier sottolinea come nellâopera manchino la chiarezza e il fascino propri dello stile platonico, e come lâautore sembri condensare in un unico testo, temi e dottrine che Platone, nei suoi dialoghi autentici, aveva sviluppato in modo frammentario e più allusivo â si pensi, ad esempio, alla trattazione del demonico.
Un altro elemento particolarmente significativo riguarda la concezione della sapienza. NellâEpinomide, il culmine della ÏοÏία è identificato con lâastronomia, mentre per Platone, come è noto, essa si realizza nella dialettica, e lâastronomia rappresenta soltanto una delle scienze propedeutiche al suo raggiungimento (Resp., VII, 527dâ531d). La centralità assegnata allâastronomia nellâEpinomide risulta invece perfettamente coerente con gli interessi scientifici di Filippo di Opunte, come attestano i titoli delle sue opere, che includono scritti su argomenti matematici, astrologici e astronomici.
Dal punto di vista religioso, lâEpinomide presenta unâevoluzione dottrinale ancora più marcata: lâautore del dialogo elabora infatti una vera e propria demonologia sistematica e abbozza i tratti fondamentali di una religione cosmica, elementi che non trovano riscontro in nessun altro testo del corpus platonico autentico.
Alla luce di questi indizi interni â convergenti con la testimonianza di Diogene Laerzio â e considerando al contempo lâassenza di altri candidati plausibili, si è dunque portati a concludere che questo dialogo non sia opera di Platone, ma debba piuttosto essere attribuito a Filippo di Opunte.
FuÃnoten
Cic., De Senect., V, 13: Est etiam quiete et pure atque eleganter actae aetatis placida ac lenis senectus, qualem accepimus Platonis, qui uno et octogesimo anno scribens est mortus.
Aronadio (2013), p. 173.
Il fatto che, nellâantichità , questâopera fosse considerata autenticamente platonica è confermato, ad esempio, da Cicerone, il quale, in un passo del De Oratore, cita Epin. 991 E: sed si haec maior esse ratio vedetur, quam ut hominum possit sensu aut cogitatione comprehendi, est etiam illa Platonis vera et tibi, Catule, certe non inaudita vox, omnem doctrinam harum ingenuarum et humanarum artium uno quodam societatis vinculo contineri (Cic., De Oratore, III 21).
Tarán ritiene che la testimonianza di Aristofane di Bisanzio non sia attendibile per determinare lâautenticità dellâopera, in quanto la pone insieme al dialogo spurio Minosse e alle Lettere, che non reputa autentiche. Tarán (1975), p. 4.
Diog. Laert., III 56.
Brisson (2005), p. 12. Lo studioso sottolinea che lâEpinomide sia lâunico dialogo platonico a possedere due sottotitoli riguardanti il tema. Per unâindagine approfondita sul titolo e sui sottotitoli di questo dialogo, si veda: ivi, pp. 11â17.
Diog. Laert., III 50â51: Ïοῦ δὲ ÏολιÏικοῦ á¼¥ Ïε ΠολιÏεία καὶ οἱ ÎÏμοι καὶ á½ ÎίνÏÏ ÎºÎ±á½¶ á¼ÏÎ¹Î½Î¿Î¼á½¶Ï ÎºÎ±á½¶ á½ á¼ÏλανÏικÏÏ.
Qui è stato tradotto il singolare á¼Î½ κηÏá¿· con un plurale indeterminato (âsu tavolette di ceraâ), poiché è difficile immaginare su quante tavolette fosse stata composta lâopera platonica. Cfr. Brisson (2005), p. 22.
Cfr. Raeder (1938â1939), p. 4; Specchia (1967), p. 13.
GI, s.v. μεÏαγÏάÏÏ. LSJ, s.v. μεÏαγÏάÏÏ: «1. to write differently, rewrite, to alter or correct what one has written, to alter the record; 2. to translate; 3. to transcribe».
Motta (2014), pp. 137â144.
Gritti (2012), p. 425.
Cfr. Procl., In Resp., II 134.5â7; In Eucl., 42.12.
á½ Ïι δὲ νÏθον á¼ÏÏá½¶ [Ïὸ á¼ÏινÏμιον], διὰ δÏο Ïινῶν Î´ÎµÎ¯ÎºÎ½Ï Ïιν á½ ÏοÏÏÏαÏÎ¿Ï Î ÏÏκλοÏ, ÏÏá¿¶Ïον μὴν λÎγÏν, Ïá¿¶Ï á½ ÏÎ¿á½ºÏ ÎÏÎ¼Î¿Ï Ï Î¼á½´ εá½ÏοÏήÏÎ±Ï Î´Î¹Î¿ÏθÏÏαÏθαι διὰ Ïὸ μὴ á¼Ïειν ÏÏÏνον ζÏá¿Ï Ïὸ á¼ÏινÏμιον μεÏá½° ÏοÏÏÎ¿Ï Ï á¼Î½ εἶÏεν γÏάÏαι; δεÏÏεÏον δ᾽ὠÏι á¼Î½ μὲν Ïοá¿Ï á¼Î»Î»Î¿Î¹Ï διαλÏÎ³Î¿Î¹Ï Î±á½Ïοῦ ÏηÏá½¶ ÏÎ¿á½ºÏ ÏλανÏμÎÎ½Î¿Ï Ï á¼ÏÏÎÏÎ±Ï á¼Ïὸ Ïῶν δεξιῶν á¼Ïá½¶ Ïá½° á¼ÏιÏÏεÏá½° κινεá¿Ïθαι, á¼Î½ αá½Ïá¿· Ïá½² Ïὸ á¼Î½Î¬Ïαλιν á¼Ïὸ Ïῶν á¼ÏιÏÏεÏῶν á¼Ïá½¶ Ïá½° δεξιά: X, 25 [Westerink (1962)].
Cfr. Aronadio (2013), p. 176, nota 264.
Cfr. Specchia (1967), p. 10.
Cfr. ivi, p. 11.
Cfr. Aronadio (2013), p. 176, nota 264.
Cfr. Fraccaroli (1906), p. 192; cfr. Specchia (1967), p. 12.
Cfr. Taylor (1928), p. 150.
Cfr. Boeckh (1852), pp. 28â32; cfr. anche Specchia (1967), p. 12.
Cfr. Harward (1928), p. 26.
Cfr. Aronadio (2013), p. 174.
Cfr. Tarán (1975), p. 13.
Des Places (1931), p. 163.
Cfr. Harward (1928), p. 55.
Non sono mancati, infine, studiosi che hanno cercato di dimostrare lâinautenticità dellâEpinomide attraverso lâanalisi linguistica. Müller elenca, ad esempio, una serie di vocaboli ânon platoniciâ [Müller (1927), pp. 9 ss.] e Theiler ripete, appoggia e approfondisce le tesi di Müller [Theiler (1931), pp. 337â355]. Tuttavia, come si è detto, non è possibile determinare lâautenticità dellâEpinomide a partire soltanto dallâanalisi linguistica dellâopera.
Aronadio (2013), p. 173.
Cfr. Müller (1927), pp. 29, 34; Theiler (1931), p. 346.
Raeder, sostenitore dellâautenticità dellâEpinomide, è dellâidea che, se si vuole dimostrare la paternità platonica di questo dialogo, non lo si deve paragonare ai dialoghi giovanili, ma a quelli della vecchiaia [Raeder (1938â1939), pp. 10, 21].
Aronadio (2013), p. 173, nota 260.
Cfr. Sallier (1929), pp. 101â102; Raeder (1938â1939), p. 6; Pavlu (1936), p. 30.
Cfr. Tarán (1975), p. 30.
Cfr. Krämer (1983), p. 106. Per una panoramica sulla vita, gli insegnamenti e le opere di Filippo di Opunte, si veda: ivi, pp. 103â105; Tarán (1975), pp. 115â139.
Epin., 984d3â8.
Cfr. ivi, p. 178; Tarán (1975), pp. 115â139. Vi sono studiosi, come Luc Brisson, che, pur riconoscendo lâaporeticità dellâEpinomide, non ritengono che il dialogo possa essere attribuito a Filippo di Opunte. Brisson sostiene infatti che, dal momento che tale attribuzione si basa esclusivamente sulla testimonianza di Diogene Laerzio, essa non può essere considerata attendibile, poiché: «testimonium unum, testimonium nullum» [Brisson (2005), p. 21]. Lo studioso colloca il dialogo in unâepoca successiva rispetto allâAccademia antica, sulla base della complessità e della particolarità del titolo e dei sottotitoli. Il titolo á¼ÏινομίÏ, che significa âsupplemento delle Leggiâ, deriva infatti dalla composizione á¼Ïί + νÏÎ¼Î¿Ï + ιÏ, una struttura troppo articolata per essere ricondotta a Platone o ai suoi diretti discepoli (p. 12). Per questo motivo Brisson giunge alla conclusione che: «A close examination of the relations of the Epinomis with the Laws, as well as the formerâs scholastic background, leads us to believe that the Epinomis is an apocryphal dialogue, composed in order to render explicit the program of studies of the members of the Vigilance committee, which seems to have been conceived on the model of the program in the Academy» (p. 21). Lo studioso fonda tuttavia la sua argomentazione esclusivamente sul titolo e sui sottotitoli, il che non basta a dimostrare che lâintero dialogo debba essere collocato in unâepoca successiva, poiché si può ipotizzare che tali elementi siano stati attribuiti in un secondo momento a un testo già esistente.